Una grande prova di forza della nostra organizzazione

Nazionale -

 

Diritto di sciopero sotto attacco. E’ indispensabile un’accelerazione della confederalità sociale

 

 

Lo sciopero del trasporto locale a Roma ha avuto un successo eccezionale nonostante le precettazioni dei mesi scorsi, la forte campagna di odio contro autisti e macchinisti, le pressioni intimidatorie del nuovo assessore, in giro per i depositi e la metropolitana il giorno prima a cercare di convincere di non scioperare, e nonostante infine le pressioni dei sindacati gialli operate sui lavoratori con ogni mezzo. La forte adesione ci ha dato ragione sia nelle aziende private, dove l’adesione è stata totale, sia in ATAC, dove le percentuali nel personale viaggiante ed operativo hanno superato il 70%.


Eppure la campagna contro il diritto di sciopero va avanti. Anzi acquista nuovo vigore. Ora la tesi più in voga è quella secondo cui non è possibile che piccoli sindacati paralizzino un’intera città. Non contano quindi i numeri dell’adesione all’agitazione, contano gli iscritti. Ma il diritto di sciopero non appartiene ai sindacati, è un diritto dei lavoratori. Un piccolo sindacato che organizza un piccolo sciopero non riesce ad incidere e quindi non dovrebbe costituire un problema. Quello che preoccupa però è proprio quello che è successo a Roma e cioè che i “sindacalari” di Cgil, Cisl e Uil non riescano più a controllare i lavoratori, neanche con l’appoggio di tutte le altre sigle autonome più o meno della stessa risma. E allora bisogna mettere mano alla legge ed impedire che lo sciopero lo possa indire chiunque, togliere il diritto ai lavoratori e passarlo nelle mani delle stampelle del sistema.


A far da scudo a questa tesi è l’idea che lo sciopero nei servizi pubblici procuri soltanto danni alla cittadinanza. La campagna di odio contro i lavoratori serve proprio a rafforzare questo argomento: sono mesi che a Roma i media locali e nazionali, con la regia del governo e della amministrazione commissariata di Marino, incitano a protestare contro gli autisti e i macchinisti, contro i vigili o contro le maestre o i lavoratori della raccolta dei rifiuti. E questa campagna è condita ogni giorno da notizie di nuove aggressioni verso i lavoratori. Non importa se ci sia attinenza con il tema, se l’aggressore malmena un conducente reo di suonare il clacson perché c’era una macchina in doppia fila che ostruiva il passaggio del bus: tutto fa brodo per diffondere l’idea che la città ce l’ha con i lavoratori dei servizi pubblici.


Per combattere questa aggressione pesantissima alle libertà democratiche serve un’organizzazione solida con le idee chiare. Lo sciopero e la manifestazione di ieri a Roma hanno dimostrato che questa organizzazione c’è, anche se c’è tanto lavoro da fare.


Da un lato occorre prestare ascolto al disagio ed alla insofferenza che stanno crescendo tra i lavoratori. Serve saper far bene i sindacalisti, con passione e serietà. Le mille questioni concrete e pratiche dell’azione sindacale, la vicinanza ai colleghi sul posto di lavoro, la pazienza di spiegare la complessità delle questioni, la competenza nel saper rispondere ai tanti quesiti quotidiani. Serve imparare a far bene il delegato, che non è un modo per fare carriera in azienda ma è il rischioso ruolo di chi vuole con onestà difendere i diritti di chi lavora. Chi assume oggi questo impegno deve sapere che porta la responsabilità di dimostrare che esiste un altro modo di essere sindacato rispetto a Cgil, Cisl e Uil, che hanno infangato il senso del sindacalismo. E’ il nostro modo, quello di USB, che vuole ricostruire il sindacato generale, di tutti i lavoratori di questo paese.


Ma d’altro canto non basta più svolgere bene il ruolo di sindacato autentico, che non si vende, che ascolta e rappresenta davvero i lavoratori. Non basta perché il mondo del lavoro è cambiato e perché la portata dell’attacco è così profonda che non possiamo reggere l’urto soltanto sui posti di lavoro.


Lo vediamo qui a Roma proprio in questo crescendo di odio che stanno fomentando contro i lavoratori dei servizi pubblici. E’ indispensabile una campagna che metta assieme la difesa dei diritti universali garantiti dal welfare in via di smantellamento, con la salvaguardia delle garanzie del lavoro. Due facce di una stessa medaglia. Sarà difficile far prevalere le ragioni dei lavoratori se non riusciremo a promuovere battaglie che mettano insieme tutte e due le facce.

 

Quando entriamo in contatto con i cittadini fuori dai posti di lavoro incontriamo però una galassia di questioni che non si esauriscono nel welfare. Molta gente oggi chiede casa e lavoro, chiede un reddito e chiede migliori condizioni di vita per il territorio che abita. La manifestazione di ieri a Roma era la rappresentazione di tutto questo. Questi bisogni corrispondono ad altrettante esigenze di organizzazione che però hanno modalità e forme differenti da quelle sindacali. Sono rivendicative ed alludono al piano della contrattazione sociale ed in questo somigliano al sindacalismo. Ma poi se ne differenziano perché hanno prevalentemente una dimensione territoriale, quasi di comunità, e fanno fatica a dialogare con organizzazioni che dispongono di una dimensione più ampia.


La manifestazione del 2 ottobre a Roma ha fatto fare a questo percorso un passo in avanti. Rappresentare nell’incontro in prefettura, tenutosi al termine del corteo, le tante questioni sociali tutti assieme è un innegabile salto di qualità. Gente che sta rischiando di perdere il posto di lavoro accanto ai migranti che chiedono diritti ed alle famiglie che rischiano di essere sgomberate dalle occupazioni non è una scena usuale. Lavoratori che pretendono il rispetto del contratto (o il suo rinnovo come i comunali), assieme agli abitanti di Ponte di Nona che vogliono l’apertura dell’asilo nido o a quelli di Rocca Cencia che chiedono la chiusura dell’ecomostro è uno strano mix che sta faticosamente prendendo forma. Un segnale anche per le altre città a mettere in moto forme inedite ed efficaci di nuova confederalità sociale.

 

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